Cronaca di una morte annunciata?
È un’espressione che viene quasi spontanea davanti alla storia di un magistrato, canicattinese come me, ucciso dalla mafia. Eppure mi inquieta: rischia di far sembrare quella morte un destino già scritto. Ineluttabile. Come se dietro non ci fossero scelte e responsabilità umane.
Il 25 settembre 1988 Antonino Saetta e suo figlio Stefano furono assassinati lungo la statale 640, tra Agrigento e Caltanissetta. Tornavano a Palermo dopo il battesimo di un nipotino del giudice, celebrato a Canicattì. Antonino aveva 65 anni, Stefano 35. Un padre e un figlio di ritorno da una giornata di famiglia. [1]
Trentotto anni dopo mi domando che cosa abbiamo imparato. A volte ho l’impressione che si sia assopita la nostra capacità di indignarci. Il silenzio degli spari può rassicurarci, ma non basta a dirci quanto siamo liberi. La DIA descrive da tempo strategie mafiose che affiancano all’intimidazione l’infiltrazione economica e la corruzione, cercando di attirare meno attenzione. [2]
Mi interroga anche ciò che, nel linguaggio comune, chiamiamo “atteggiamento mafioso”: pretendere obbedienza, confondere il rispetto con la paura, considerare una relazione personale più importante di un diritto. Non ogni prepotenza è mafia. Ma vale la pena domandarci quali abitudini culturali rendano accettabile la sopraffazione.
Penso a un certo retaggio che possiamo aver ricevuto e continuare a trasmettere: “non ti immischiare”, “cerca qualcuno che ti sistemi le cose”, “con quello è meglio stare buoni”. Frasi da interrogare, senza considerarle il carattere inevitabile di un popolo o di una terra. Un’eredità culturale può essere riconosciuta, discussa e cambiata.
Oggi una parte dell’attenzione sembra concentrarsi sui cosiddetti “maranza”. Ma questa parola raccoglie stili, atteggiamenti e rappresentazioni diverse: non identifica, da sola, un’appartenenza criminale. La stessa ricostruzione dell’Accademia della Crusca ne mostra i cambiamenti d’uso nel tempo. [3]
Le aggressioni e le intimidazioni vanno prese sul serio, chiunque le commetta. Mi chiedo però se il clamore attorno a un’etichetta giovanile finisca talvolta per lasciare sullo sfondo problemi meno visibili: corruzione, dipendenze economiche, disuguaglianze, poteri criminali. Non occorre immaginare una regia che nasconda tutto. Basta domandarci che cosa occupa il nostro sguardo e che cosa ne rimane fuori.
Dentro queste domande vorrei riportare Stefano.
Il suo nome accompagna quello del padre, ma Stefano aveva una vita propria, affetti e passioni. Amava la musica e i Beatles, un legame che ho richiamato anche nel raccontare il brano che gli ho dedicato. [4] Uno di noi. Una persona che aveva diritto a continuare il proprio viaggio.
Lo sguardo pedagogico clinico mi porta a fermarmi qui: sulla persona, sulla sua storia, sulle relazioni che rendono unica una vita. Definirlo soltanto un “effetto collaterale” rischia di lasciarlo ancora una volta ai margini del racconto. Stefano fu ucciso. Essere accanto al padre non rende secondaria la sua morte.
I ragazzi comprendono fino in fondo questo orrore? Prima di rispondere, dovremmo chiederci come li aiutiamo a comprenderlo.
Raccontare una data e chiedere indignazione non basta. Possiamo partire da quella giornata familiare, ascoltare le loro domande, lasciare spazio anche al silenzio. Senza pretendere la stessa emozione da tutti. E poi domandare: che cosa viene spezzato, oltre a una vita? Che cosa accade a una comunità quando la violenza vuole decidere chi può vivere, lavorare, esercitare un diritto?
Educare significa anche osservare gli esempi che offriamo. Parliamo di rispetto, ma ascoltiamo chi ha meno voce? Chiediamo ai ragazzi di essere corretti, ma giustifichiamo una prepotenza quando ci conviene?
L’UNESCO richiama il valore di un’educazione che unisca pensiero critico, empatia e partecipazione. [5] Sono possibilità da esercitare: dissentire senza essere umiliati, chiedere aiuto trovando ascolto, assumersi una responsabilità nel proprio gruppo. È anche così che possiamo imparare a riconoscere la sopraffazione e cercare alternative.
Chi dispone di meno protezioni può essere più esposto. Una comunità ha il compito di sostenerlo, conservando spazio per la sua voce e le sue scelte. La dignità di una persona non può dipendere dalla sua capacità di difendersi da sola.
Che cosa resta, allora?
Resta ciò che facciamo di questa memoria. Il modo in cui trattiamo gli altri, il coraggio di mettere in discussione un’abitudine, la disponibilità a non lasciare solo chi subisce.
A Stefano ho dedicato “Come John”, immaginando un incontro con John Lennon: storie diverse, unite nella canzone dalla musica e da due vite spezzate dalla violenza. Il brano comincia chiedendosi che cosa resterà e torna sull’idea di qualcosa che non muore. È una domanda che sento ancora aperta: che cosa continuiamo a far vivere, attraverso le nostre scelte?
Se vi va, ascoltatela. E continuiamo a parlarne.
Come John — Armando Cacciato
Fonti e approfondimenti
- Giffoni Film Festival — L’abbraccio. Storia di Antonino e Stefano Saetta (2020)
- Direzione Investigativa Antimafia — Relazione al Parlamento, secondo semestre 2022
- Accademia della Crusca — Maranza, Parole nuove
- EarOne / Circuiti Sonori — Presentazione di Come John (19 settembre 2022)
- UNESCO — Stefania Giannini, Stability through change: why we need transformative education (20 maggio 2025)

Continuiamo a parlarne
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